Il diritto realtà sacra

2020-06-03T16:29:24+00:00 Di |Categorie: 01-2020, 2020, Focus|

Riportiamo la meditazione esposta dal Card. Francesco Coccopalmerio in occasione del 69° Convegno Nazionale di Studio che si è tenuto a Roma, nei giorni 6 e 7 dicembre 2019.

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Il Diritto realtà sacra

Francesco Coccopalmerio

In questi giorni, riflettendo sul tema del presente Convegno “Diritto e diritti sull’età secolare” e avendo il compito di dettare una meditazione e pertanto di offrire un servizio che conduca piuttosto alla contemplazione e forse anche alla preghiera, ho percepito, una volta di più che il diritto è da considerarsi come una realtà sacra.

Vorrei, tuttavia, evitare di essere occasione di equivoco, nel senso di fare un discorso che presupponga, in modo necessario, in chi mi ascolta, una visione di fede o, addirittura, di fede cristiana.

Vorrei, piuttosto, fare un discorso che debba presupporre, in modo necessario, una normale capacità riflessiva e, del tutto conseguentemente, una corretta visione della realtà.

1.Orbene, la considerazione del diritto come realtà sacra, porta spontaneamente, e certo felicemente, alla geniale, direi magica, sintesi di Antonio Rosmini: “La persona dell’uomo è il diritto umano sussistente” (cf. Filosofia del diritto, vol. I, pp. 191-192).

Confesso, con sentita gioia, la mia devozione a Rosmini e alla formulazione appena riportata.

Ho cercato, però, di darmi una spiegazione personale della intuizione geniale o magica del grande filosofo del diritto.

Posso esprimere il mio problema in questi termini: “se la persona dell’uomo è – ripetiamo con Rosmini – il diritto umano sussistente”, se, in altre parole, la persona si identifica con il diritto o, detto al contrario, il diritto si indentifica con la persona, ciò equivale a dire che il diritto deve concepirsi con una parte dell’essere della persona o, meglio, con una modalità dell’essere della persona o come una condizione di tale essere. Come, dunque, concepire il diritto come una modalità o come una condizione dell’essere della persona?

Sono ormai tanti anni, considerata la mia età, che mi sto appassionando al problema.

E’ del tutto naturale che la riflessione sia incominciata da una attenta analisi della persona.

Ebbene, devo confessare che mi ha molto illuminato intendere la persona, da una parte, e ovviamente, come un “unum”, una realtà unitaria, dall’altra, però, come realtà, diciamo così, non monolitica.

E, in effetti, a una attenta analisi, la persona appare composta, e per tale motivo scomponibile, anzi da scomporsi, in molteplici realtà personali o beni personali.

Tutto ciò non dissimilmente dal corpo umano che è, da una parte, una realtà unitaria, ma è, dall’altra, una realtà composta da molteplici e differenti organi, con la loro particolare anatomia e con la loro peculiare fisiologia.

Di beni personali possiamo offrire qualche esempio del tutto elementare: il bene personale della vita fisica, il bene personale della buona fama, il bene degli alimenti, il bene della istruzione.

Continuando la nostra analisi, constatiamo che i beni personali presentano due tipologie.

Alcuni di tali beni sono già della persona, sono attualmente della persona. Pensiamo, per esempio, al bene personale della vita fisica, al bene personale della buona fama. Possiamo pertanto denominarli beni personali in possesso o, forse meglio, beni personali in dotazione.

Altri beni, invece, non sono ancora della persona, non sono attualmente della persona, però lo saranno in futuro, cioè nel prosieguo del tempo, di giorno in giorno, di volta in volta. Pensiamo, per esempio, al bene degli alimenti, al bene delle conoscenze provenienti dalla istruzione. Possiamo pertanto denominarli beni personali in acquisizione o in ulteriore acquisizione o in continua acquisizione.

E’ del tutto evidente che con i beni personali la persona può esistere oppure può sussistere in modo normale e comunque può svilupparsi in modo progressivo. Per tale motivo i beni personali sono connessi necessariamente con l’essere stesso della persona, compongono la persona, strutturano la persona, per cui possiamo dire che quasi si identificano con la persona e almeno in qualche modo sono la persona stessa. Da ciò possiamo del tutto logicamente dedurre che i beni personali sono necessari alla persona.

A motivo della necessarietà dei beni personali, la persona titolare degli stessi ha due esigenze.
In primo luogo, la persona ha la esigenza di conservare i beni in dotazione, in altre parole ha la esigenza

che tali beni personali vengano mantenuti integri, cioè non annullati, diminuiti, sottratti, limitati.

Nello stesso tempo, la persona ha la esigenza di ottenere i beni in acquisizione, in altre parole ha la esigenza che tali beni personali pervengano regolarmente alla persona, siano cioè continuamente disponibili.

Questa che abbiamo tratteggiato è la struttura della persona: beni personali, necessità degli stessi, duplice esigenza di conservare e di ottenere i beni in questione.

Se ora – come naturale – collochiamo la persona nell’ambito comunitario, quindi nella compresenza di altre persone, nascono immediatamente due ulteriori duplici esigenze.

In capo alla persona titolare dei beni nasce la duplice esigenza di ricevere l’astensione da lesioni dei beni personali in dotazione e di ricevere il conferimento di quelli in acquisizione. In altre parole, l’esigenza di ricevere rispetto e incremento dei beni personali.

In capo alle altre persone compresenti nella medesima comunità nasce la duplice esigenza di astenersi dal causare lesioni dei beni personali in dotazione e di conferire quelli in acquisizione. In altre parole, l’esigenza di dare rispetto e incremento.

Da quanto detto possiamo giungere a un concetto elementare di diritto e di dovere.

Chiamiamo “diritto” la duplice esigenza sopra indicata di ricevere l’astensione da lesioni dei beni personali in dotazione e di ricevere il conferimento di quelli in acquisizione.

Chiamiamo “dovere” la duplice esigenza sopra indicata di astenersi dal causare lesioni dei beni personali in dotazione e di conferire quelli in acquisizione.

Titolare del diritto è la persona titolare dei beni, che risulta al contempo titolare esattamente di tanti diritti quanti sono i beni, precisamente di un diritto per ciascun bene: il diritto di ricevere l’astensione da lesioni della vita fisica o della buona fama; il diritto di ricevere il conferimento degli alimenti oppure della istruzione.

Titolari del dovere sono invece le altre persone, che risultano al contempo titolari esattamente di tanti doveri quanti sono i diritti.

2. L’aver raggiunto un concetto di diritto come esigenza della persona, come necessità vitale di ricevere rispetto e incremento dei propri beni personali, permette di affermare che il diritto: in quanto esigenza della persona, è inerente alla persona e partecipa della ontologia della persona; in quanto esigenza di ricevere, significa condizione di precarietà o povertà.

In quanto esigenza della persona, è inerente alla persona e partecipa della ontologia della persona.

E’ inerente significa semplicemente che il diritto è una condizione della persona o, meglio ancora, è la persona stessa che si trova in questa condizione, che, in altre parole, ha in sé questa condizione, che, in altre parole, ha in sé questa condizione, ha in sé la esigenza, cioè la necessità vitale, di ricevere rispetto e incremento dei propri beni personali.

Potremmo forse dire, in modo leggermente provocatorio: non esiste il diritto, bensì esiste la persona che è titolare del diritto; non esiste il diritto di ricevere rispetto e incremento dei propri beni personali, cioè esiste la persona che si trova in quella condizione, che, in altre parole, ha in sé la esigenza, cioè ha la necessità vitale, di ricevere rispetto e incremento dei propri beni personali.

Viene spontaneo il ricorso a un paragone che in questo contesto può aiutarci a capire, direi in modo plastico e soprattutto in modo emozionale, che cosa sia il diritto: il paragone con la fame e con la sete.

E, in effetti, la fame o la sete sono la necessità vitale di avere cibo o bevanda e sono una condizione della persona o sono la persona stessa che si trova in questa condizione, che ha queste sensazioni, che ha fame o sete.

Sulla base di quanto detto possiamo ora comprendere in modo particolarmente convincente la celebre dottrina di Rosmini. E, in effetti, se il diritto è considerato come una condizione della persona o, meglio ancora, come la persona stessa che si trova in questa condizione, che ha in sé questa condizione, risulta allora del tutto conseguente che la persona si identifica con questa sua condizione o, in altre parole, si identifica con la sua esigenza di ricevere rispetto e incremento, quindi si identifica con il suo diritto, come si identifica, nel paragone usato, con la sua condizione di fame e di sete. Se, dunque, la persona si identifica con il suo diritto, possiamo anche tranquillamente affermare che la persona è il suo diritto. Si coglie, dunque, con evidenza la predetta sintesi rosminiana: La persona è il diritto.

E, pertanto, se il diritto come esigenza della persona è una condizione della persona o, meglio ancora, è la persona stessa che si trova in questa condizione, risulta, allora, assolutamente chiaro che il diritto partecipa all’ontologia della persona, ha, in altre parole, la medesima ontologia della persona.

In quanto esigenza di ricevere, cioè come esigenza, come necessità vitale di ricevere rispetto e incremento dei propri beni personali diventa, come evidente, necessità drammatica di dipendere. Precisamente di dipendere dal comportamento di altre persone che possono di fatto agire in modo ostensivo e dativo oppure in modo contrario.

Il diritto, dunque, inteso come esigenza di ricevere significa in definitiva una condizione di precarietà e perciò di povertà.

3. A questo punto della nostra meditazione appare chiaro il concetto di diritto che mi sono impegnato a precisare con i due elementi evidenziati e cioè quello per cui il diritto è una esigenza della persona e per tale evidente motivo partecipa dell’ontologia della persona e quello per cui il diritto è una esigenza di ricevere e per tale motivo di dipendere dal comportamento di altre persone così che significa condizione di povertà.

Tale concetto dovrebbe ora permetterci di guadagnare quella visione che dall’inizio della nostra meditazione ci eravamo riproposti di presentare e che consiste nel considerare il diritto come una realtà sacra.

Sacra in un duplice senso: in quanto realtà della persona e in quanto realtà della persona in povertà.

E di qui, cioè di fronte al diritto come realtà sacra, provengono due atteggiamenti che, a loro volta, possiamo ritenere sacri: quello del riconoscimento e quello della empatia.

L’atteggiamento sacro del riconoscimento. Se, infatti, il diritto partecipa dell’ontologia della persona, allora, del tutto conseguentemente, l’atteggiamento sacro nei confronti del diritto consiste nel riconoscerlo semplicemente e nell’accettarlo fedelmente, così come è, precedentemente a ogni opzione, perché il diritto è una realtà che ci precede e ci sovrasta ed è da considerarsi con umiltà intellettuale, con una certa – direi – ammirazione estatica, quasi con timore, proprio come nei confronti della persona. In ogni modo, l’atteggiamento sacro nei confronti del diritto consiste nell’ evitare assolutamente la pretesa assurda di crearlo.

L’atteggiamento sacro dell’empatia. Se, infatti, il diritto dice condizione di povertà, allora, del tutto conseguentemente, l’atteggiamento sacro nei confronti del diritto consiste, non tanto, o non necessariamente, nell’avere sentimenti emozionali per la persona titolare del diritto, quanto, piuttosto, nell’ avere interesse per la persona, nell’avere preoccupazione per la persona, interesse e preoccupazione operativi.

A questo punto risulta, mi pare, abbastanza chiaro che il duplice atteggiamento, che abbiamo chiamato sacro, del riconoscimento e della empatia, è di per sé compatibile con ogni tipo di spiritualità.

Ritengo senz’altro che lo sia anche la spiritualità di coloro che non hanno della realtà, almeno in modo esplicito, una visione di fede o, particolarmente, di fede cristiana, ma hanno capacità riflessiva e al contempo sensibilità umana.

Risulta, però, particolarmente evidente che il duplice atteggiamento di cui sopra è di per sé specialmente forte per coloro che, invece, hanno della realtà una visione di fede e, segnatamente, di fede cristiana.

L’atteggiamento sacro del riconoscimento del diritto acquista, senza dubbio, particolare forza di convincimento. E, in effetti, se il diritto – vogliamo ripeterlo – partecipa dell’ontologia della persona e la persona, nella visione della fede, è creata da Dio, il diritto, del tutto conseguentemente, è creato da Dio. E’ realtà sacra perché creata da Dio. E l’atteggiamento sacro nei confronti del diritto consiste nel riconoscerlo semplicemente e nell’accettarlo fedelmente nella sua qualità di creatura di Dio.

Sarebbe utile, a questo punto, recensire e meditare tutti i luoghi della Sacra Scrittura in cui questa verità viene espressamente affermata o almeno allusa.

Mi sia consentito un semplice richiamo a una pagina suggestiva del Vangelo di Luca, la parabola del giudice e della vedova, in cui la vedova chiede giustizia e il giudice continua a non rispondere. Alla fine il giudice si arrende alla pressante insistenza della vedova e così dice tra sé: “Se anche no temo Dio e non mi curo di nessuno … le farò giustizia (LC 18, 1-5). Dunque, il pensiero del giudice: “Se anche non temo Dio…” si deve parafrasare così: Se anche non riconosco che questa vedova ha il diritto, cioè la necessità vitale, di ricevere da me la sentenza e anche se non riconosco che tale diritto viene da Dio, tuttavia le farò giustizia”.

Dunque nel pensiero del giudice il diritto è connesso con Dio.

Nello stesso modo, l’atteggiamento sacro dell’empatia del diritto, acquista un significato del tutto peculiare in coloro che hanno la fede cristiana.

E, in effetti, se il diritto dice condizione di povertà, l’atteggiamento nei confronti del diritto, o meglio, della persona titolare del diritto e, perciò, nei confronti di un povero, acquista un eccezionale significato.

Il motivo è che nella persona del povero si cela misteriosamente Gesù stesso, nella autorevole dichiarazione del Vangelo di Matteo: “Avevo fame… mi avete dato…” (Mt 25, 31-45). Nella visione della fede cristiana il diritto è considerato come realtà sacra per il misterioso motivo che titolare del diritto è Gesù stesso, il quale ha l’esigenza, ha la necessità vitale, di ricevere dai suoi fratelli il rispetto e l’incremento dei suoi beni personali.

Mi auguro che il nostro Convegno, e per questo di cuore prego, cooperi con i suoi lavori a quanto portare una concezione del diritto come realtà sacra.