Aldo Moro e la sua eredità nella politica di oggi per la formazione di una giovane classe dirigente

2019-10-03T08:48:43+00:00 Di |Categorie: 03-2019, 2019, Saggi|

Riportiamo il contributo di Piero Damosso, firma di Avvenire e giornalista per la Rai, in merito all’eredità intellettuale di Aldo Moro.

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Aldo Moro e la sua eredità nella politica di oggi per la formazione di una giovane classe dirigente

Piero Damosso

Come giornalista di Avvenire prima e della Rai poi ho sempre ritenuto  che uno dei fini fondamentali dell’informazione è l’idea della promozione di una democrazia integrale, come spiegava Aldo Moro, una democrazia aperta alla vitalità della società e delle sue forze popolari più dinamiche e incarnate sul territorio in modo da favorire un dialogo costante tra cittadini, associazioni, movimenti, cultura e istituzioni, dialogo tra i generi (uomini e donne) e le generazioni, capace di proporre sintesi di mediazione e risposte concrete che a loro volta sono in grado di stimolare l’opinione pubblica, le persone, e tutte le realtà associative ad un processo che stimola ulteriori domande, verifiche e speranze condivise. Insomma un movimento circolare di confronto, che non si esaurisce nella risposta del potere della politica e dell’amministrazione, ma che proprio in quanto questo potere e’ visto come un servizio fa sì che sia legittimato proprio dalla sua capacità di corrispondenza biunivoca con la società, evitando derive estremiste violente e autoritarie che finiscono per colpire la stessa natura della democrazia. E in questo quadro, l’informazione anche pubblica – come ho cercato di spiegare recentemente in due contributi, il volume “Giornalismo dell’alba” e un saggio sul valore anche spirituale dell’incontro nel libro “La Carta di Assisi. Le parole non sono pietre” – non può mai essere neutrale. Non c’e’ la par condicio tra democrazia e dittatura, come sui valori della Carta Costituzionale, che tra l’altro ha una forte impronta cattolica.

Nello stesso tempo riflettere con voi in particolare su alcuni aspetti dell’impegno politico di Aldo Moro, ai fini della formazione politica oggi, mi ha dato la possibilità di capire l’importanza della memoria storica e di rinnovare l’esperienza di quand’ero un ragazzo di 16 anni impegnato a Torino negli organi collegiali della scuola, il Consiglio d’istituto del liceo e il Distretto scolastico, alla scuola proprio di Aldo Moro, di Benigno Zaccagnini, di Guido Bodrato, mentre continuavo il mio volontariato in parrocchia fortificato da una scelta religiosa maturata a Spello a metà degli anni settanta nella comunità di fratel Carlo Carretto. L’Impegno politico attivo venne poi abbandonato quando a 20 anni decisi di dedicarmi al giornalismo.

E molte volte in questi anni nel confronto e nelle interviste con molte personalità della Chiesa e leader delle associazioni cattoliche, o con gli storici dell’istituto Sturzo, e altri esponenti della cultura, la conversazione ha affrontato il tema della formazione spirituale, sociale e politica di una giovane classe dirigente sulla base di quanto compiuto negli anni venti da Giovanni Battista Montini, futuro Papa San Paolo VI in primo luogo con la Fuci, la Federazione Universitaria Cattolica, ma anche con il Movimento dei Laureati Cattolici, (come dimostra la stessa crescita politica di Aldo Moro), e con l’Azione Cattolica. Nella consapevolezza che ogni fase politica, transitoria o meno, è comunque una parentesi. L’iniziativa di oggi al servizio del bene comune ci insegna e ci conferma che tutto questo è tanto più vero e forte se non è un fatto individuale, anche se la tensione personale non può essere sottovalutata, ma se matura e cresce in una dimensione comunitaria, di popolo, condiviso, come ci esorta in particolare su questa modalità del processo in divenire, del cammino e del realismo storico, Papa Francesco.

Ecco ora vorrei lasciarvi alcune riflessioni che prendono origine da alcune frasi di Aldo Moro, che abbiamo voluto indicare come valori permanenti della politica. Ma queste parole, questi valori, vorrei riferirli alla concretezza delle scelte politiche, proprio perché – a maggior ragione oggi lontano dalle ideologie del Novecento – la politica è azione, incontro, soluzione, visione, progetto, programma, che si concretizza in una decisione.  E vorrei soffermarmi, a questo proposito, soprattutto sul Moro degli anni cinquanta e sessanta, perché soltanto se si comprendono le scelte di quegli anni possiamo interpretare le stagioni successive. Allora: la politica è decisione. Anche il rinvio può essere una decisione, perché magari si aspetta di collaborare alla realizzazione di una decisione condivisa e non divisiva, oppure si teme una soluzione ritenuta non positiva per la collettività, ma più che un no netto, si preferisce rinviare, forse anche per capire meglio, ma in ogni caso per far decantare la polemica evitando una contrapposizione frontale che porterebbe ad un nuovo conflitto probabilmente pericoloso. In ogni caso la politica si traduce sempre in un atto. E questo Moro, spesso contestato perché considerato uno stratega del rinvio, lo sapeva bene, nel suo tentativo di consolidare la basi della democrazia in un Paese come l’Italia, dove da una parte c’e’ il più forte partito comunista dell’Occidente e dall’altra, nonostante la partecipazione alla seconda guerra mondiale accanto al nazismo, e i vent’anni di dittatura mussoliniana, i conservatori e i nostalgici del vecchio regime sono a lungo impegnati per frenare lo sviluppo della democrazia italiana, o indirizzarla in senso autoritario.

Dunque, la lezione di Moro è di grande attualità perché Moro ha la capacità di affrontare problemi complessi nella situazione nazionale, come abbiamo appena detto, e internazionale, con la guerra fredda all’epoca tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. E di indicare una via d’uscita per l’oggi e per il domani facendo maturare – nel dialogo – le posizioni politiche a partire dalla propria, con un atteggiamento rivolto ai suoi interlocutori, come diceva spesso Moro, “per un tramite discreto e umanamente rispettoso”. Il suo atteggiamento di dialogo, segnato da una fortissima capacità di ascolto, era caratterizzato da quelle tre condizioni indicate da Papa Francesco sul dialogo nel suo viaggio di due anni fa all’Università islamica Al-Azhar del Cairo: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità, la sincerità delle intenzioni.

1)Il primo punto riguarda il riformismo di Aldo Moro, l’idea che la politica è movimento e che solo un autentico dinamismo riformatore può permettere la realizzazione, all’indomani delle tragedie della guerra anche civile nel nostro Paese, di un progresso basato sull’umanesimo integrale di stampo mariteniano, in grado di tradurre – in modo nuovo e adattato alla storia italiana – nell’azione politica quotidiana le intuizioni del cattolicesimo sociale francese e belga, come del laburismo democratico inglese, unito ad una competenza giuridica basata su un rapporto forte tra etica e diritto. Del resto, la sua formazione nei Laureati Cattolici, di cui fu il segretario, accompagnata da una forte competenza giuridica (nel ’47, lo ricordiamo, vinse il concorso a cattedra bandito dall’Università di Urbino) lo portò a svolgere alla Costituente, eletto nelle file della Democrazia Cristiana, guidata da Alcide De Gasperi, un significativo ruolo riformatore che lo aveva avvicinato a due personalità come Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira. Pur mantenendo la sua autonomia di giudizio (tanto che veniva considerato il più degasperiano tra i dossettiani), era la tensione religiosa e proprio la linea di un disegno riformatore di mutamento politico e sociale finalizzato all’allargamento dell’area democratica, che spingeva Moro nella vicinanza di queste due personalità cattoliche impegnate nella Dc con la comune preoccupazione che si dovesse uscire dal fascismo e dalla guerra evitando la deviazione verso gli estremismi di destra e di sinistra, nel rispetto della laicità dello Stato, ma con una forte impronta solidaristica che rinnovasse profondamente la cultura economico-liberale, aprendola al servizio del bene comune, all’eguaglianza sociale e alla funzione sociale della proprietà privata. Giova qui citare il commento al voto finale sulla Costituzione, nel quale Moro – che dà un contributo personale per definire l’articolo 1 sulla Repubblica fondata sul lavoro – ribadisce l’idea che la centralità del lavoro chiedeva un impegno per il futuro: “E’ posta così la premessa per le riforme più ardite che, ad opera delle future camere, dovranno realizzare la giustizia sociale e dare un nuovo volto al nostro Paese”. In questo sforzo riformatore, l’impegno di Moro a contrastare, sempre con la pacatezza del ragionamento e dell’ascolto e mai con un linguaggio violento, il ritorno al passato fascista, non impedisce di promuovere un dialogo fecondo tra progresso e conservazione, che mira comunque a non chiudere le porte nel nuovo quadro democratico alla sintesi di influenze diverse, comprese quelle dello statalismo gentiliano e del crocianesimo. Nello stesso tempo, alla Costituente è Aldo Moro a impegnarsi in particolare per inserire nella Carta le cosiddette norme programmatiche, che devono promuovere la piena realizzazione dei diritti di libertà insieme ai diritti sociali per una compiuta attuazione della Carta. Un tema questo difficile per la cultura liberale del tempo ma anche per molti democristiani che venivano dal popolarismo del 1919. In questo senso l’impegno programmatico di far approvare nella Costituzione, accanto a Dossetti e a Fanfani, un orientamento alla regolazione sociale della vita economica, oltre che fissare il diritto al lavoro. Una visione dello Stato che incoraggia e promuove le iniziative individuali, ma le coordina e le disciplina, in un piano di interventi per lo sviluppo dell’ascensore sociale tra i ceti e le generazioni, e della rimozione delle cause che provocano le diseguaglianze: una terza via tra il liberalismo del “lasciar fare” alla società economica e alle imprese, e una pianificazione centralizzata di orientamento marxista. L’impronta riformista viene spesso contestata in ambienti del mondo cattolico e della Chiesa, preoccupati di aprire il varco al comunismo. E Moro, in un dialogo schietto, ha sempre cercato di mediare attivamente recependo tutte le critiche, facendosi mettere in discussione dai punti di vista diversi, ma anche consapevole di una via democratica da percorrere con una certa determinazione. L’alternativa era, secondo Moro, il rischio di precipitare in uno scontro sociale, o di ritornare addirittura ad un regime dittatoriale. L’alleanza atlantica, che De Gasperi stava tessendo con gli Stati Uniti e che Moro sosteneva, la nascita della Nato e il lavoro per una Europa finalmente coesa e libera dalla guerra, rendeva invece più controllabile il pericolo comunista, come del resto la vicenda storica italiana ha poi successivamente dimostrato. Il realismo di Moro è dimostrato in una lettera nella quale afferma: “Questa Costituzione, faticosamente negoziata tra 10 milioni di marxisti con molte appendici moderate, massoniche e anticlericali, e otto milioni di democristiani (fino a quando?) non puo’ riprodurre completamente i nostri punti di vista…Se si rimette tutto in discussione, se come è certo le posizioni si irrigidiscono” il rischio è di finire in minoranza e di perdere ogni sostanziale garanzia. E la garanzia madre, potremmo dire, che Moro, unito a Dossetti e ad e altri leader democristiani come lui erano riusciti ad ottenere era soprattutto il rapporto tra la persona e lo Stato con il riconoscimento dell’anteriorità allo Stato dei diritti fondamentali della persona, contro ogni visione dello Stato etico, più o meno totalitario, e al contempo della necessaria socialità di tutte le persone, secondo una naturale gradualità, che si completa nell’attribuire allo Stato repubblicano la promozione di questa socialità e dei diritti delle persone. Moro così registrava una felice convergenza delle concezioni solidaristiche cristiane con le concezioni di solidarietà sociale delle forze socialiste e comuniste, per aver condiviso la finalizzazione della libertà alla convergenza degli sforzi individuali in una società ordinata e compatta per il bene di tutti. Un comunitarismo costituzionale fondato sulla libertà, sulla crescita sociale, sulla partecipazione alle decisioni fondamentali della politica, in una fusione di momenti personalistici e solidaristici, nel rispetto e nella tutela di ogni minoranza. In questo senso, Moro cercava di limitare le preoccupazioni dei liberali e delle destre: non si trattava di una negazione della libertà individuale, ma di andare oltre l’individualismo ottocentesco, verso una maggiore (e mai minore) libertà e di estendere i principi democratici alla sfera economica. Un riformismo, quello di Moro, che caratterizza profondamente il partito della Democrazia Cristiana , certo sempre nella dialettica costruttiva con tutte le altre posizioni interne, con la capacità di gestire voti provenienti da ambienti conservatori.

2)Il secondo punto è la consapevolezza di Moro riguardo alla presenza all’interno delle istituzioni di un’ antistato, che agisce all’interno delle istituzioni per frenare lo sviluppo democratico, la stessa partecipazione dei movimenti popolari all’interno delle istituzioni, l’eguaglianza delle opportunità come previsto dalla Costituzione, e altre norme programmatiche. Un antistato che in qualche caso nelle sue componenti più estreme, temendo il pericolo comunista, ha come obiettivo quello di manovrare il potere portandolo verso una soluzione salazariana oppure verso il modello greco della dittatura dei colonnelli. Aldo Moro cercava di dialogare con tutti, anche con le posizioni più estreme, per evitare che si radicalizzassero, ma nell’ambito di alcuni punti fermi: ad esempio che la polemica contro il comunismo dovesse svolgersi rigorosamente sul terreno democratico. In questo contesto internazionale, la guerra fredda non lascia spazio a posizioni di terzietà, anche perché i rischi di conflitto sono reali, e nel 1956 la rivolta antisovietica in Ungheria viene repressa da Mosca nel sangue. Moro non è mai portato alla santificazione dei modelli istituzionali, anche se le sue convinzioni democratiche sono basilari, ma l’adesione al processo democratico per lui come per molti cattolici democratici nella Democrazia Cristiana è l’approdo di un percorso spirituale di fede che è alla radice della propria coscienza. Una radice che rende liberi e capaci di un dialogo aperto. Dunque, noi troviamo un Moro fedele alla democrazia come bene comune, fedele all’alleanza atlantica, ma con una coscienza sempre libera e dinamica e mai asservita a gruppi di potere, più o meno segreti, che rischiano di anteporre il loro interesse a quello della patria e delle istituzioni. “E’ proprio una fatalità la divisione del mondo in blocchi? Che si minacciano la guerra e la polarizzazione ai due estremi in posizione di battaglia delle forze politiche che operano nel gioco democratico?” si chiedeva Moro nel periodo della rottura dei governi della Dc con le sinistre, socialista e comunista, prima della cosiddetta fase del centrismo. E la risposta era che occorreva tenere aperti spazi di diversità, se non altro su un piano metapolitico, per riaccendere in un mondo ormai tutto dominato dalla forza e dalle folli e fatali avventure della forza, la luce della speranza. Tutto questo, nel pieno e compiuto rispetto della fedeltà atlantica, ma anche dalla consapevolezza di appartenere ad una cultura occidentale (fondata sulla democrazia e non sul totalitarismo comunista) che vuole costruire fiducia nella pace, ciascuno con i propri valori. Ecco perché è necessaria una grande vigilanza, diceva Moro, un grande senso di responsabilità, un grande spirito di carità cristiana, che possono riuscire a conservare nella vita sociale non tanto le forme esterne della democrazia, quanto il suo spirito di costante rispetto, di tolleranza e di umana solidarietà.

3)Moro e la fede. Dopo un famoso discorso nel 1948 al X Congresso dei Laureati Cattolici su “libertà e democrazia”, Moro evidenzia una tensione tra il cristiano integrale e il cristiano politico, la quale produce uno squilibrio da sanare che può attraversare la stessa singola persona. Ecco perché Moro insiste nel cercare “la spiritualità cristiana, la visione spirituale dei problemi, un’azione più profonda, più penetrante, più stabile di quanto non sia il normale prevedere e provvedere, secondo le regole dell’umana prudenza, alla soluzione dei problemi sociali che travagliano l’umanità”. Questa tensione, pur sempre nella promozione dell’ispirazione cristiana del partito, come abbiamo visto, tende a concentrare la responsabilità dell’impegno politico in capo ai fedeli laici e ad un soggetto politico laico, come viene ritenuta la Dc, senza coinvolgere direttamente la gerarchia della Chiesa cattolica, tra l’altro in una logica non temporalistica che anticipa il Concilio Vaticano II, in altre parole si tende a superare nella pratica politica l’identificazione tra la Chiesa e le istituzioni pubbliche, anche se si ritiene fondamentale l’animazione cristiana della società e delle stesse strutture dello Stato, ma in un quadro laico che rispetta il pluralismo di tutti i punti di vista, nella cultura e nel confronto con le altre fedi religiose, e che è cosciente dei limiti e delle caratteristiche della lotta politica. E tutto questo nella convinzione che sia la strada per una più coerente testimonianza evangelica e di promozione umana nella società. E’ la consapevolezza di una autonomia per chi ha responsabilità politiche, in questo attualizzando l’insegnamento sturziano (“la religione è universalità, la politica è divisione”). Questa autonomia dell’impegno politico attraversa contrasti, incomprensioni ed emarginazioni. Lo stesso Moro deve affrontare più volte questa sfida durante l’instabilità dei primi governi centristi guidati dalla Democrazia Cristiana, in particolare negli anni cinquanta e sessanta durante la preparazione delle prime coalizioni di centro-sinistra, aperte non al Partito Comunista Italiano, ma al Partito Socialista Italiano guidato da Pietro Nenni. Nella stessa Chiesa, come vedremo, convivevano punti di vista diversi. C’era da una parte la posizione crtica verso l’apertura a sinistra dell’arcivescovo di Genova, il cardinale Siri, presidente della Cei: il 25 marzo 1961 l’episcopato italiano pubblica una lettera pastorale dal titolo “Laicismo” che con parole nette indica il rischio della separazione della vita politica dalla guida della gerarchia e del clero. Ma in quello stesso periodo il Papa San Giovanni XXIII manifesta al presidente della Repubblica Gronchi il rispetto dell’autonomia dei cattolici in politica. E in udienza privata al nuovo direttore della “Civiltà Cattolica” padre Roberto Tucci, sempre Papa Giovanni XXIII ribadisce più volte che non comprende le obiezioni di principio alla collaborazione dei cattolici con partiti di diversa ideologia “per fare cose in sé buone, purchè non vi siano cedimenti dottrinali”, confermando il favore per le posizioni democratiche di apertura sociale. E’ il Papa della “Pacem in terris” e della distinzione tra l’”errore”, e l’”errante”. Tutte queste molteplici tensioni arricchiscono una personalità dialogica come Aldo Moro che non si chiude nemmeno di fronte alle critiche più feroci, ma responsabilmente cerca di mantenere un canale aperto, e di persuadere, in un atteggiamento di ascolto, e di autonomia che si apre sempre al confronto, ma senza rinunciare a perseguire un disegno di democrazia integrale, adattandolo alle circostanze, ai tempi della storia, impegnandosi a far avanzare processi senza quell’arroganza della politica che si esprime quando pensa di predeterminarne l’esito a priori, e non fa i conti con il realismo storico, le obiezioni, gli incidenti politici come i risultati positivi, le sconfitte come le affermazioni, ma senza mai fare di quest’ultimo un assoluto. Non a caso di forte impronte cristiana era il suo spirito permanentemente rinnovatore che si è manifestato quando dice rivolto al suo partito: la Dc deve essere anche alternativa a se stessa. Al di fuori di ogni egemonia, è l’indicazione che la responsabilità del governo e di guida di una nazione si svolge nel saper sempre interrogarsi sugli errori per evitare di ridurre la politica ad un mero esercizio del potere. La traccia di questo impegno è fortemente sociale e ha come visione il riconoscimento delle classi popolari nelle istituzioni (in questo senso anche la difesa della natura popolare della Dc), per sostenere la partecipazione delle loro rappresentanze nelle sfere dirigenti, allargando così la democrazia. Solo così – ha notato lo storico tedesco George Mosse –  si può evitare il rischio di derive antiparlamentari e antidemocratiche, possibili quando gli effetti del boom postbellico si fossero ridotti. Come ha scritto lo storico Guido Formigoni, la fede di Moro si nutre, in una moderna dinamica, del rapporto della coscienza con il Vangelo, partecipando alla comunità ecclesiale con la propria originale maturità cristiana. Una dinamica interiore, sociale e politica che ha avuto un epilogo drammatico. Ma proprio questo esito non deve assolutizzare in modo agiografico questa vicenda politica ed umana. La problematizzazione della sua esperienza può indurre a studiare e a considerare l’eredità del Moro vivo, in un confronto aperto, ma consapevole che il segno di contraddizione rappresentato dallo statista democristiano è ancora oggi un punto di riferimento per il rinnovamento della politica, al servizio di una società “varia e libera” ,come diceva Moro, “quanto giusta e ordinatamente in crescita”.

4)Infine. Non si comprende fino in fondo la scelta di questi tre punti dell’eredità politica di Aldo Moro (comunque non gli unici): il riformismo, la consapevolezza di un antistato, una fede tradotta nell’azione politica attraverso una laicità inclusiva e il valore della testimonianza, se non si coglie la natura, che chiamerei “federativa” dell’impegno politico di Aldo Moro, sia nel impegno di governo che nella guida di un partito popolare complesso e che si andava organizzando in correnti come la Democrazia Cristiana. Il concetto della federazione è applicato da Moro con equilibrio e pazienza alla ricerca continua di un punto di mediazione che mantenga da un lato in vita governi basati su coalizioni, e dall’altro rafforzando l’unità della Dc come partito di maggioranza relativa, perno di un sistema proporzionale puro. Un equilibrio democratico da custodire in modo delicato e nello stesso tempo autorevole. Questo spirito federativo è ancora oggi una risorsa per la politica, perché aiuta a comprendere che la modernità e la governabilità della politica non si risolve nella delega ad un uomo solo, o ad un partito solo, pur rispettando i risultati elettorali e congressuali delle singole forze politiche, ma si costruisce attraverso progetti di condivisione, aperti al dialogo, che le leadership politiche offrono al dibattito prima di una decisione. In questo quadro la centralità del Parlamento, animata da una sana competizione politica (più che dalla rivalità) indica la strada maestra di un confronto nel quale i partiti, riscoprendo il loro radicamento territoriale e popolare, sono i protagonisti. Nella politica, Aldo Moro ha voluto lasciare questa traccia fondamentale: che ciascuna forza politica non esaurisce il suo compito in se stessa perché dipende dalle altre. Riconoscere questa interdipendenza, che valorizza l’autonomia di ciascun partito ma respinge ogni tentativo egemonica, è la via per lo sviluppo di una democrazia, che è ancora oggi, con tutti i suoi limiti, la migliore forma di governo. E quando c’è qualcuno che dice che è un’idea superata, occorre vigilare con attenzione, perché può nascondere disegni di omologazione e di annessione culturale. La vitalità della democrazia si realizza, secondo l’eredità di Moro, valorizzando fino in fondo la capacità di ascoltare, l’apertura alla discussione, il riconoscimento di un’opinione diversa dalla propria, la necessità di negoziare tra le forze politiche.